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10/11/2011 17:10 DAL SITO WWW.MINIRUGBY.IT DOMANDA DI UN GENITORE Alcuni giorni fa ho assistito ad un match di mini rugby tra due formazioni di ragazzini finito tante mete a zero, dall’inizio alla fine la squadra che ha vinto ha giocato la palla portandola in meta senza trovare mai una opposizione tale da trasformare quel “monologo” in una equilibrata partita di mini rugby. A bordo campo un amico, dispiaciuto per le sorti della squadra in cui giocava suo figlio, che pure è un buon combattente, mi dice: “Perdono sempre, ma oggi è una debacle, il rischio è che si sentano dei perdenti, che non sappiano più vincere”. In effetti la reazione emotiva di scoramento è comprensibile. Per quanto ci si ripeta che i ragazzi stanno imparando, quando prendi 15 mete e non ne marchi nemmeno una, uscire dal campo alla fine è un sollievo. Diventa anche difficile poi scrivere “buona prova della nostra under che pur perdendo ha mostrato qualche buono spunto nonostante la supremazia fisica degli avversari". Insomma, perdere così non piace a nessuno. Mi chiedo quanto queste sconfitte pesino davvero sui ragazzini che le subiscono e se realmente questo può impedire loro di acquisire nel tempo una mentalità vincente. Cos’è la vittoria? Cos’è la mentalità vincente?
RISPOSTA WWW.MINIRUGBY.IT
1) superare i propri limiti 2) superare le difficoltà 3) superare gli avversari. "La prima vittoria che propongo ai miei giocatori, e che mi pongo io stesso, è battere un nemico terribile, anche perché si nasconde, anche perché noi non lo vogliamo mai affrontare, che di solito ci fa più paura anche dell'avversario più forte. E questo avversario sono i nostri difetti, i nostri limiti, le cose che non ci vengono bene, che non ci piacciono. Questa è la prima vittoria, perché se non si vince questa gara non c'è miglioramento, cioè aumento della qualità. […] Non c'è niente da fare: la prima vittoria è vincere contro noi stessi. E dopo questa prima vittoria possiamo già cominciare ad avere una mentalità vincente, perché sappiamo vincere i nostri difetti, e ancora non abbiamo battuto nessuna squadra. Il secondo passo è vincere contro le difficoltà, che è un'altra cosa rispetto a noi, perché quando parlo dei nostri limiti parlo di limiti personali, oltre che della squadra, non limiti in generale. Poi ci sono altre difficoltà di ogni tipo che dobbiamo risolvere, che dobbiamo battere. […]. È un po' come preparare l'esercito per la guerra stando in un albergo a cinque stelle: ‘Stiamo in un albergo a cinque stelle così quando andiamo in guerra siamo in condizioni fisiche migliori’. Non credo che questo accada. Il passaggio dal fango dell'addestramento agli spari veri è comunque difficilissimo, ma almeno se siamo abituati al fango è già qualcosa. […]Non riuscire a vincere le difficoltà porta a quella che chiamo la ‘cultura degli alibi’, cioè il tentativo di attribuire il motivo di un nostro fallimento a qualcosa che non dipende da noi. Di solito ci si rifà a cose molto grandi, strutturali, storiche, del genere caratteristiche dei popoli (‘Noi italiani siamo così, lo abbiamo nei cromosomi, e allora non c'è niente da fare’). Ma la cultura degli alibi utilizza anche spiegazioni più banali. Nella pallavolo, ad esempio, si verifica questa situazione: lo schiacciatore, che riceve la palla un po' staccata dalla rete e tira fuori, dice al palleggiatore 'Prego, la palla più vicina', il palleggiatore, che a sua volta ha ricevuto la palla un po’ staccata e ha alzato male, si gira e dice alla ricezione 'Ragazzi, la ricezione!', quello che ha ricevuto la palla dall'avversario non può dirgli 'Batti più facile', allora dice 'Quella luce mi dà nell'occhio', allora devo chiamare gli elettricisti, invece di allenare”. Il terzo livello di vittoria – per chiudere sempre con Velasco - è vincere contro gli avversari, un problema di qualità, nostra e degli altri. L’allenatore deve capire cosa deve migliorare per ottenere la vittoria (e non la perfezione, che non esiste e che se non raggiunta – come è certo – fa sì che il giocatore, vedendo che non ci riesce, cominci a considerarsi in modo negativo, perché non raggiunge l'obiettivo che gli abbiamo dato). “Fra tutti i difetti dei giocatori occorre individuarne tre, e su quelli bisogna 'martellare', finché non si ottiene il salto di qualità, mentre gli altri li tocchiamo, ma non possiamo pretendere per tutti lo stesso livello di applicazione”. A chi serve la mentalità vincente? “Papà perdiamo sempre”. Quando ci troviamo di fronte ad una affermazione così un po’ di disagio non possiamo non provarlo. Da genitori non è facile rispondere, il coinvolgimento emotivo condiziona. La mia risposta è questa: “Perché giochi a rugby?”. Ora rispondere con una domanda può sembrare il tentativo di evitare di rispondere ma credo davvero che le motivazioni dei ragazzi siano fondamentali e che non debbano perderle di vista, anzi, dobbiamo aiutarli a fare leva su di esse. “Gioco a rugby perché mi piace, mi diverto”. Questa è la risposta che ottengo sempre. E fino a che sarà così significa che i presupposti sono validi. Di solito a quel punto sottolineo che la vittoria della propria squadra non fa di un giocatore un campione o semplicemente un bravo giocatore, e che la crescita personale, il miglioramento individuale, è un passaggio fondamentale sia per sé che, di conseguenza, per la squadra: “Se la tua squadra vincesse sempre ma tu non fossi all’altezza? Dai il massimo, migliorati e anche quella partita persa ti sarà servita”. Sono d’accordo con il fatto che la mentalità vincente la si costruisce con le vittorie. Ma qui stiamo parlando di ragazzi, bambini. Possiamo mettere la vittoria come obiettivo di un iter di crescita, in modo che questa porti ad avere la mentalità vincente? Il nuovo Ct della Nazionale italiana di rugby, Jacques Brunel, ha iniziato la sua avventura italiana dichiarando che gli Azzurri debbono avere l’ambizione di vincere e con continuità . Julio Velasco in un suo intervento pubblico racconta: “Quando nel 1989 ho cominciato a lavorare con la nazionale, che veniva da una serie di sconfitte, per prima cosa ho dovuto individuare quale era il punto di riferimento come qualità, ossia quale era l'obiettivo. Dove volevamo arrivare? Dovevamo passare da noni a sesti, o quinti? Questo punto di riferimento determinava tutto il resto, e noi ne abbiamo scelto uno molto alto: arrivare ad essere nei primi due anni tra le quattro squadre più forti del mondo e in quattro anni tra le prime due”. Ma Brunel e Velasco sono due top coach che allenano adulti, e di una specie particolare, quella dei campioni o aspiranti tali. Quindi quale obiettivo si pone il club sportivo e l’allenatore quando accoglie i nostri bambini? La vittoria? Credo che sarebbe un modo troppo elementare di intendere la pratica sportiva. Infatti se l’obiettivo è la crescita attraverso lo sport, il percorso di crescita passa per il raggiungimento di diversi obiettivi parziali, dove “l’impegno per” e anche le sconfitte sono passaggi essenziali per giungere alla migliore stima di sé, qualunque sia il massimo obiettivo effettivamente raggiungibile da ogni singolo bambino. Cosa questa che dovrebbe essere ben considerata da ogni allenatore a cui più delle coppe che può mettere in bacheca, stia a cuore davvero ogni singolo bambino, dal più dotato a quello più impacciato che forse se schierato nella Finalissima Under 8 del Topolino, gli metterà a rischio la partita. Ai risultati ci si arriva per piccoli passi e piccoli obiettivi. Ogni piccolo miglioramento permetterà ai bambini di immettere nuova fiducia nei propri mezzi e raggiungere la piena consapevolezza delle proprie capacità. Il raggiungimento del risultato sportivo è allora uno degli obiettivi, e formulare un set di obiettivi più ampi e comunque di crescita è anche il modo di evitare di creare mere illusioni in piccoli atleti che non sono ancora preparati per soppesare le delusioni della vita.
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